Quei ragazzi di cemento.

Alveare di Giuseppe Catozzella è un il libro crudo e avvincente, di grande ritmo e racconta di una realtà, quella della mafia al Nord, non molto conosciuta. Il titolo del romanzo nasce dalla similitudine tra le api, allo stesso tempo laboriose e silenziose e gli affiliati della 'Ndrangheta in Lombardia. Non è però del tema principale del libro che voglio parlare. Preferisco riflettere su un argomento secondario, che ogni tanto affiora nel racconto. E'  il tema degli anni Ottanta, dei ragazzi e le periferie a Milano: "siamo cresciuti bambini di cemento" scrive l'autore, che ricorda come il cemento fosse una presenza costante nell'infanzia dei giovani dell'hinterland milanese. Persino i sogni dei quei ragazzi, divenuti grandi tra i casermoni edificati negli anni Sessanta, sembrano essere di cemento. Sono i figli del Sud, le seconde generazioni di quel boom economico che ha ingrossato le città del Nord industriale. Scrive Catozzella: "Nei nostri polmoni, nei nostri cervelli, scorreva lo stesso sangue del Sud, nelle movenze si potevano indovinare le nostre origini: nel nostro accento di periferia, in quei modi ingabbiati e silenziosi tipici dei figli del Sud nati al Nord, nati in una comunità che non è loro". Lo spazio urbano, l'ambiente sociale in cui un giovane cresce, la scuola che frequenta o che smette di frequentare sono fattori determinati per il futuro. Le periferie della grandi città del Nord sono state spesso troppo isolate dal resto del tessuto cittadino e questo ha probabilmente determinato uno svantaggio per i giovani abitanti. E' sempre Catozzella a scrivere:"chi è nato in periferia, spesso a neanche cinque chilometri dal Duomo, parla un'altra lingua, si muove diversamente, agisce diversamente". Condivido e probabilmente non si è ancora riflettuto abbastanza su questi argomenti.



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