Quando Ibrahimović rubava le biciclette.

Un libro che vale sicuramente la pena di leggere, anche se non si è amanti del pallone, è  l'autobiografia del pluripremiato calciatore Zlatan  Ibrahimović. Per i non appassionatati di calcio consiglio in particolare la prima parte, nella quale il nostro Zlatan racconta della sua infanzia a Rosengård, un sobborgo di Malmö abitato prevalentemente da immigrati. Anche Ibrahimović è figlio di due immigrati giunti in Svezia dall'ex Jugoslavia: padre bosniaco e madre croata. Le dinamiche del quartiere sono quelle tipiche dei quartieri periferici di molte grandi città nel mondo, con i giovani abitanti che adottano un particolare codice comportamentale, scrive Ibrahimović: "Noi ragazzi facevamo tutti i duri, ci infiammavamo per niente, e anche a casa non si può dire che le cose filassero lisce". In determinati ambienti sociali, i giochi dei ragazzi possono talvolta trasformarsi in atti pericolosi o in piccoli furti. È sempre Ibrahimović a confessarsi: "Dopo quell'episodio comincio a fregare biciclette anch'io. Aprivo i lucchetti. Ero diventata un maestro. Bang, bang, bang e la bici era mia. Un ladro di biciclette, fu la mia prima identità". Spesso nei più giovani non è il valore intrinseco dell'oggetto a far scattare la volontà di commettere l'atto criminale, intervengono altri fattori: "Ma, in tutta sincerità, a spingermi era il brivido dell’avventura più che la bici in sé. Aggirarmi nel buio mi dava la carica, ma mi piaceva anche tirare uova contro i vetri delle finestre e fare altre cose del genere. Solo una volta ogni tanto mi beccavano". Il ragazzo ha alle spalle una famiglia difficile: la sorella tossicodipendente, il padre alcolista e la mamma che ha avuto qualche problema con la legge. Lui è irrequieto, non riesce a stare seduto per pochi secondi di fila e passa gran parte della giornata in giro per il quartiere. La passione ed il talento naturale per il pallone gli permettono però di allontanarsi dalla strada. La sua vita inizia a cambiare quando incomincia a frequentare una squadra giovanile di calcio. Anche se gli inizi non sono facili per lui, racconta  Ibrahimović: "Ero un selvaggio, un mezzo matto, incapace di tenere a freno gli sbalzi di umore. Continuavo a criticare aspramente giocatori e arbitri, e cambiavo un club dopo l'altro". Per un ragazzo abituato a vivere la strada sottostare a delle regole non è una cosa semplice, la strada è sinonimo di libertà. L'impegno in una attività organizzata inizia, però, presto a portare buoni frutti. E così dopo non molto riesce ad ottenere il posto da titolare in una squadra di calcio importante e per festeggiare indovinate cosa fa? Ruba un'altra bicicletta. Forse l'ultima.

Commenti

  1. ...e non dimenticare "Può togliere il ragazzo da Rosengård, ma non può togliere Rosengård dal ragazzo"

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